La vita di un Gigante della carità
Il percorso
CAMILLO de Lellis Bucchianico (Ch) 1550 – Roma 1614.
A 25 anni fa della propria vita un dono ai fratelli ammalati.
Personalità molto forte crea e fonda “una Compagnia di uomini pii et dabbene che per amore di Dio servano gli infermi con affetto di madre”.
Con la parola e l’esempio insegna a servirli con tutta la mente e con tutto il cuore.
E’ la nuova scuola di carità che, da Lui inaugurata, si trasmette di generazione in generazione.
1 Un uomo aperto ai tempi e allo Spirito San Camillo de Lellis
1.1 Un’epoca e un mondo
La vicenda di Camillo de Lellis si situa nella seconda metà del secolo XVI e inizio del XVII. Sfondo dell’azione è la Roma del Cinquecento e più in generale l’Italia, suddivisa in numerosi principati o repubbliche. Mentre l’Europa riesce a respingere le invasioni dei turchi, alcuni stati italiani subiscono il predominio straniero degli spagnoli o dei francesi. La cultura e l’arte vivono il trapasso dall’euforia rinascimentale alle tensioni del periodo barocco. La Chiesa è alle prese coi movimenti di Riforma protestante che ne lacerano l’unità e risponde con le iniziative della Riforma cattolica e soprattutto con una nuova fioritura di santi e di ordini religiosi dediti alle opere di carità. La vita sociale è spesso tormentata da guerre, carestie e pestilenze e dalla permanente povertà delle classi più umili. In campo sanitario la Chiesa continua a offrire i suoi ospedali, come aveva fatto nel Medio Evo con l’istituzione degli Hôtel-Dieu, e ad animare associazioni caritative popolari, come le Compagnie del Divino Amore e le Misericordie. Anche i principi ritengono importante per il loro prestigio costruire grandi ospizi per l’accoglienza e l’assistenza dei malati poveri e ne affidano la progettazione ai migliori architetti dell’epoca. Ma a fronte dell’enfasi edilizia e del decoro artistico facevano da contrasto vistose lacune nel campo dell’igiene e delle cure e gravi carenze nell’assistenza, affidata a gente mercenaria e impreparata, priva non solo di qualsiasi istruzione sanitaria ma spesso anche di minime attitudini di umanità. Chi ne soffriva erano gli infermi: maltrattati con gesti e parole, lasciati nella sporcizia, nutriti in qualche modo, abbandonati ai capricci e ai lazzi di tali inservienti prezzolati. Questa la situazione che trovò Camillo all’ospedale di S. Giacomo in Roma, quando nel 1575 entrò per curarsi la gamba ulcerosa. Una piaga che determinò il corso della sua vita: di quella Dio si servì per indicargli la strada.
Camillo, figlio del capitano di ventura Giovanni de Lellis, era nato a Bucchianico (Chieti) il 25 maggio 1550.
Nella giovinezza seguì le orme del padre, dedicandosi all’arte militare al soldo di Venezia e di Napoli. Il “soldo” gli serviva per il gioco d’azzardo alle carte o ai dadi, una passione che occupò tutta la sua giovinezza. Ma lui si sentiva vuoto e perso in una vita senza senso. Fu la parola di un buon frate cappuccino di S. Giovanni Rotondo – per non chiedere l’elemosina il giovane aveva accettato di fare il manovale nel convento – che gli fece aprire gli occhi. E la luce della grazia trasformò il suo cuore e la sua vita. Egli ricordò sempre quel 2 febbraio 1575 come il giorno della sua conversione. La piaga alla gamba lo riportò al S. Giacomo di Roma.
1.2. Un uomo alla ricerca del suo destino
Vi era già stato per lo stesso motivo. Ma allora era un soldataccio scapigliato e se aveva accettato di servire i malati durante la cura l’aveva fatto svogliatamente e solo per aver qualche soldo da giocare ai dadi con i barcaioli del Tevere. Ora vi tornava con animo nuovo e con le mani pronte a servire i sofferenti. Infermiere a tempo pieno. E per la sua diligenza presto fu fatto Maestro di Casa, cioè responsabile del personale e dei servizi dell’ospedale. Ma di fronte alla situazione di abbandono dei malati, Camillo capì che non poteva farvi fronte da solo. Colpito come da un’ispirazione divina pensò di convocare un gruppo di amici e di coinvolgerli al suo proposito: dedicarsi totalmente al servizio degli infermi per solo amor di Dio e con l’affetto che può avere una madre per l’unico suo figlio malato. Nacque così nel 1582 la Compagnia dei Servi degli Infermi. Quattro anni dopo Papa Sisto V la riconobbe come Congregazione e accolse la domanda di Camillo di portare sulla veste una croce rossa. La trascuratezza in cui versavano i malati non era solo materiale ma anche spirituale. Camillo trovò come suo seguace qualche sacerdote e poi pensò di farsi prete lui stesso. La Compagnia si allargò. Camillo e i suoi presero servizio all’Ospedale Santo Spirito, ma si misero anche a rintracciare malati e poveri nelle borgate e nei tuguri di Roma. Quando nell’Urbe scoppiò una carestia, nel 1590, i Servi degli Infermi si prodigarono per soccorrere a ogni necessità. Il Papa Gregorio XIV ne fu ammirato e decise di elevare la Congregazione a Ordine dei Ministri degli Infermi (1591). Negli ospedali di Roma era stata introdotta una vera riforma sanitaria. Allora da varie parti d’Italia venne la richiesta di inserire questi religiosi nei propri ospedali. In una ventina d’anni i Ministri degli Infermi presero così servizio nelle principali città, da Napoli a Milano, da Genova a Palermo. E c’era dell’altro. Se un esercito partiva per una guerra Camillo mandava i suoi compagni a portare la croce rossa sui campi di battaglia. Se in una città esplodeva un’epidemia accorreva con i suoi a curare gli appestati. Ma soprattutto per quarant’anni fu sua casa l’ospedale. Qui era la scuola in cui addestrò centinaia di giovani al servizio della carità. Col suo esempio e con i preziosi insegnamenti contenuti nelle sue Regole per servire con ogni perfezione gli infermi. Un codice di assistenza sanitaria che fu applicato in vari ospedali d’Italia. Camillo morì a Roma il 14 luglio 1614. Quando il Papa Benedetto XIV lo proclamerà Santo (1746), affermerà solennemente che Camillo de Lellis è stato iniziatore di “una nuova scuola di carità”
Altri Pontefici ribadiranno questa esemplarità di Camillo nel mondo della salute: Leone XIII lo dichiarerà Patrono degli ospedali e dei malati, Pio XI Patrono degli Infermieri, Paolo VI Protettore particolare della sanità militare italiana.
1.3. La spiritualità del cuore
La spiritualità di S. Camillo si racchiude in una parola: misericordia. Fatto oggetto della misericordia di Dio, quest’uomo se ne fa strumento per gli altri. E come la segue … misericordia di Dio si rivela maggiormente con i più deboli, i peccatori, così l’azione di Camillo si rivolge ai più bisognosi e ai più sofferenti. Il suo unico scopo è servire Cristo crocefisso in questi poveri Cristi che sono i malati e gli indigenti, perché essi sono “i nostri signori e padroni” e noi vediamo in essi “la persona stessa del Signore”.
Suo modello è il buon samaritano, sua regola il discorso del giudizio finale, suo criterio il gesto di Cristo che lava i piedi ai discepoli. Il tutto contemplato nel Crocifisso che gli ha rivelato: “Quest’opera non è tua ma mia”.
Una spiritualità che congiunge la consacrazione dei consigli evangelici al voto di servizio dei poveri e dei malati anche a costo della propria vita. E poiché l’immagine umana più alta di amore e di dedizione è quella della madre, Camillo propone a sé stesso e ai suoi seguaci questo ideale: “servire i malati come fa una madre amorosa con il suo unico figliolo infermo”.
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